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I superstiti

 

Di seguito sono riportate tre testimonianze sulla strage nazista di Monte Sole che investì la popolazione di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi in decine di località e case sparse fra Setta e Reno. Descrivono i tragici eccidi di Casaglia, San Martino, Botte di Pioppe di Salvaro. A Casaglia i nazisti uccisero il 29 settembre 1944, a San Martino il 30 settembre 1944, a Pioppe l’1 ottobre. A Casaglia un’ottantina di persone si era riunita in chiesa, attorno al parroco don Ubaldo Marchioni, erano quasi tutte donne e bambini perché i pochi uomini presenti (in gran parte erano al fronte o con i partigiani) erano scappati nei boschi convinti che il rastrellamento fosse rivolto solo contro la popolazione maschile adulta. Il parroco venne ucciso in chiesa insieme ad alcune persone, ma la gran parte venne fatta uscire e massacrata con colpi di mitraglia e bombe a mano nel vicino cimitero. Anche a San Martino una cinquantina di persone, molte donne e bambini, venne uccisa a colpi di mitraglia; i corpi furono poi incendiati. Alla Botte di Pioppe una cinquantina di uomini venne fucilata sul muretto dell’invaso che raccoglieva l’acqua di una canapiera. I loro corpi vennero poi fatti segno del lancio di bombe a mano; dopo diversi giorni vennero aperte le griglie dell’invaso e furono trascinati via dalla piena e mai più recuperati.

 

 

 

Testimonianze di Elide Ruggeri, Giuseppe Lorenzini, Pio Borgia

 

Elide Ruggeri:

 

[...] Quando, alle nove circa, arrivarono le SS e sfondarono la porta e entrarono nella chiesa, capimmo subito che poteva accadere il peggio. Poi capimmo, dalla disperazione del parroco, quali fossero le intenzioni dei tedeschi. Ci fecero uscire dalla chiesa, formando una colonna, e fummo inviati, con le armi puntate ai fianchi, verso il cimitero della frazione, a duecento metri circa di distanza. Il cimitero era recintato e la porta di ferro era chiusa. La sfondarono coi calci dei fucili e ci fecero entrare tutti nel recinto e noi ci addossammo in mucchio contro la cappella. Poi piazzarono la mitragliatrice all’ingresso e cominciarono a sparare, mirando in basso per colpire i bambini, mentre dall’esterno cominciarono a lanciare su di noi decine di bombe a mano. Durò tre quarti d’ora circa e smisero solo quando finì l’ultimo lamento. I bambini, una cinquantina, erano tutti morti, fra le braccia delle loro madri. Alcuni adulti riuscirono incredibilmente a salvarsi, sepolti sotto i morti. Anch’io [...] Da: Luciano Bergonzini, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, vol. V, Istituto per la Storia di Bologna, pp. 313-314

 

Giuseppe Lorenzini:

 

[...] Il giorno dopo, a S. Martino, vidi lontano un gruppo di gente, tutti donne e bambini, con un solo uomo in mezzo con una gamba offesa, sparpagliarsi per i campi a branco, senza una direzione precisa. Sentii dei colpi, poi i nazisti li circondarono e li raggrupparono. Fecero presto, ve lo dico io, picchiavano sulle dita e sulle unghie delle mani e dei piedi con i calci dei fucili. Li portarono davanti alla porta della nostra casa, dove li fecero ammucchiare e li massacrarono tutti con le mitraglie. Poi, uno per uno, gli diedero un colpo di fucile alla nuca. Tornarono ad ammucchiarli, perché nel morire s’erano un poco dispersi, spinsero sul posto un carro di fascine, in modo da coprire tutti i cadaveri, fuori non spuntava neppure un piede, poi diedero fuoco [...]. Da: Renato Giorgi, Marzabotto parla, Venezia, Marsilio editori 1991, pp. 75-76

 

Pio Borgia:

 

[...] Ci avviarono verso la canapiera, e ci si guardava stupiti perché non capivamo la ragione di andare in quel luogo; molto panico si impadronì di noi quando ci fecero levare le scarpe. Un primo gruppo di circa venti fu fatto schierare sul ciglio della “botte” dalla parte del muro, poi, a un ordine del comandante, li sterminarono a colpi di mitraglia. I rimasti furono obbligati a gettare i cadaveri dei massacrati dentro la “botte”, che era quasi asciutta e l’acqua del fondo fangosa e bassa. Poi anche noi, in righe di tre, fummo fucilati sempre all’ordine del comandante, che ogni volta di scatto alzava la mano, un po’ di fianco al plotone. Ci si vedeva poco, era quasi sera e quando mi misero in fila, tenni ben fisso lo sguardo sul comandante, attento a non sbagliarmi. Appena lo vidi che accennava ad alzare la mano, mi lasciai cadere a terra, illeso. Mi buttarono dentro la “botte” in mucchio con i cadaveri; i nazisti ci scaricarono addosso altri colpi di mitraglia e fucile, scagliarono molte bombe a mano che tra scoppi e bagliori sconvolsero la catasta dei cadaveri; rimasi ferito alla mano destra e alla coscia sinistra. [...] Da: Renato Giorgi, Marzabotto parla, Venezia, Marsilio editori 1991, pp. 109-110

 


 



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